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Per incredibile coincidenza, nel giorno in cui il Sanga celebra il leggendario quintetto della promozione sfiorata nel 2013, si trova a piangere un’altra sua grande. Nadia Rovida ci ha lasciati, a 34 anni ancora da compiere, dopo una lunga malattia.

Anche per chi ha fede, è difficile darsi pace, soprattutto pensando al marito Marco, al loro piccolo Lorenzo, al fratello, ai genitori che puntuali vedevamo sulle tribune del PalaGiordani per le partite della figlia nei suoi due anni in Orange.

L’unica consolazione che possiamo trovare, in questo momento, è ricordare la traccia che Nadia ha lasciato nel basket: come giocatrice e come persona.

Sul piano tecnico è stata una delle migliori lunghe lombarde dello scorso decennio. Fisico agile, poco sotto il metro e 90, aveva movimenti da pivot classico, spalle a canestro, compresi ganci e semiganci. Nel suo repertorio anche un tiro dalla media eseguito con meccanica poco ortodossa, ma efficace. Ancor meglio rendeva in difesa e a rimbalzo, dove quello che pagava in carenza di chili lo compensava col tempismo e un’attenzione costante.

Ancora più speciale, come sottolineano tutti quelli che stanno ricordando Nadia in questi giorni, era il suo carattere, il suo atteggiamento. Una famosa frase di John Kennedy dice: “Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”. Ecco, Nadia era una che non si chiedeva mai che cosa la squadra potesse fare per lei, ma che cosa potesse fare lei per la squadra.

Eppure stiamo parlando di una giocatrice che a 14 anni vinceva uno scudetto giovanile con Pavia (società con cui si era unita la sua Vittuone) e nel 2001 vestiva la maglia azzurra all’Europeo Under 16, per poi esordire in A2 col Geas. Insomma, una con le doti e il curriculum per essere protagonista sempre. Ma lo faceva solo se necessario: il suo obiettivo era mettersi al servizio del collettivo.

Non aveva quella feroce determinazione a primeggiare, tipica di altre grandi atlete. Forse un limite, ad alto livello; ma quanta serenità trasmetteva alle compagne e all’allenatore, con la sua capacità di non far pesare i problemi, di non pretendere minuti né palloni, di assorbire tutto con un sorriso.

Arriva al Sanga, la squadra della sua città (lei milanese di zona Baggio), nell’estate 2010. Negli anni precedenti ha provato, brevemente, la massima serie ad Alessandria, poi due ritorni: al Geas in A2, quindi a Vittuone in B. Si rimette in gioco in A2 rispondendo alla chiamata di Franz Pinotti, che ha appena preso in mano anche la guida tecnica della prima squadra ma deve ricostruirla dopo tante partenze importanti.

Si prospetta una stagione difficile. Gottardi, Giunzioni e Brioschi sul perimetro, Rovida pilastro d’area, spesso a lottare da sola contro gente più grossa. Non si fa problemi. Nel girone di ritorno entra in una forma strepitosa; in una sfida-salvezza vinta a Cervia, di un punto al supplementare, domina con 22 punti e 15 rimbalzi. Nei playout Milano batte due volte Biassono e resta in A2. C’è un’immagine famosa, subito dopo la sirena della decisiva gara-2, con capitan Gottardi che abbraccia Pinotti sotto gli occhi di Nadia, che ha il viso stravolto dall’emozione.

L’anno dopo è un altro Sanga, con grandi ambizioni. Arrivano elementi di primo piano: Stabile, Frantini, Ntumba, la svedese Lidgren. A Nadia è richiesto un ruolo meno importante; con tante super-attaccanti i palloni per lei non abbondano. Si adatta bene, come sempre: difende, passa, prende rimbalzi. Una stagione di vertice per le Orange, purtroppo chiusa prima del previsto nei playoff, a differenza dell’anno seguente, quello della finale per l’A1, raggiunta però senza Nadia.

La sua carriera, infatti, era virtualmente finita già nel maggio 2012. Aveva altre ambizioni: lavorare come fisioterapista, diventare mamma. Sogni di vita che ha realizzato presto, così come aveva fatto per i sogni sportivi. Purtroppo, altrettanto presto, imprevedibilmente, ha dovuto fare i conti con una malattia incurabile. Ha lottato nel suo stile, con tenacia e riservatezza, ma anche con ironia, al punto che pochi sapevano la gravità delle sue condizioni.

Il Sanga onorerà anche lei in questo sabato speciale; e per tutti quanti l’hanno conosciuta resterà nel cuore la nota amara della sua perdita, ma anche quella dolce del ricordo di com’era Nadia.

Manuel Beck

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