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Istantanea n°3

È la sera del 26 gennaio, abbiamo appena vinto la terza partita con la serie B.
Sono felice, perché nonostante la gara combattuta siamo riuscite a portare a casa un grande risultato, siamo riuscite a mettere un mattoncino verso il nostro obiettivo, anche se la strada è ancora lunga e tortuosa. Sono seduta a tavola e sto mangiando la pizza preparata dalla mamma, sto assaporando momenti con la mia famiglia, momenti che da quando mi sono trasferita a Milano hanno assunto un valore ancora maggiore.
Ad un certo punto sento il “ding” inconfondibile che produce il mio telefono quando ricevo una notifica. Incuriosita vado a controllare. È un messaggio WhatsApp corto, lapidario: “è morto Kobe”.
Rimango a fissare lo schermo luminoso per qualche istante, poi ripeto ad alta voce quello che ho appena letto.
Ho pensato che fosse una fake news, di quelle che ogni tanto circolano sul web e che potrebbero condurci all’errore.
Apro internet ed inizio a cercare. Trovo la rete piena di notizie, di articoli riguardanti l’accaduto.
Sembra tutto vero, ma io non riesco a crederci.
Instagram, Facebook, Twitter. È tutto pieno di sue foto, di ricordi, di articoli.
Saluto i miei genitori che sono scossi quanto me, loro tornano a casa e a me spetterebbe una serata di studio.
Chiudo la porta, mi siedo sul letto.
Arriva la seconda brutta notizia della serata. Kobe era con sua figlia Gianna, giovane talentuosa cestista.
Erano in elicottero, e le vittime in tutto sarebbero nove. Nove storie spezzate in un unico volo, un volo fatale.
Il telefono è impazzito. Non riesco nemmeno più ad aprirlo, solo la vista delle loro foto mi lascia senza parole. Siamo esseri fragili, anche se spesso non ce ne rendiamo conto, anche se facciamo finta di essere invincibili.
Vado a dormire con questi pensieri nella testa, con queste immagini che si susseguono senza tregua, come un fiume impetuoso che trascina via tutto.
Sono passati sette giorni. Siamo a Moncalieri per la quarta giornata di serie A2. Loro sono una delle squadre più forti del campionato, e sappiamo che sarà una partita difficile.
Finisce il riscaldamento e il quintetto scende in campo.
Parte il minuto di silenzio. Poco dopo l’arbitro alza la palla a due.
Elena riesce a catturarla. La posa per terra. Di nuovo tutti in piedi. Il cronometro dei 24 secondi scorre, si battono le mani. L’arbitro fischia l’infrazione e Moncalieri rimette in campo la palla.
La giocatrice avversaria la riceve. La posa per terra. La guarda. Tutti in piedi. Infrazione di otto secondi.
Questo è il modo in cui il mondo dei giocatori ha deciso di celebrare la morte di Kobe, la morte di colui che rappresenta per la maggior parte di noi un idolo, l’eroe che si aveva da bambini.
Ventiquattro ed otto secondi, in memoria dei suoi due numeri vestiti in carriera.
Incredibile come questo evento drammatico abbia così profondamente colpito tutti, come abbia legato le persone in commemorazioni, in preghiere.
Alzo un attimo la testa. Mi accorgo che la compagna che ho di fianco sta lacrimando. Le appoggio una mano sulla spalla, vano tentativo di consolazione. Lei sorride e sussurra “sapevo che sarebbe successo”.

Io invece non lo sapevo. Non sapevo quanto una tragedia così “lontana” potesse bussarmi alla porta e farmi da compagna per giornate, un pensiero che torna costantemente.
Cadrei nel vortice dell’ipocrisia se lo inneggiassi come il mio idolo, se iniziassi un encomio di tutto ciò che ha fatto per la pallacanestro moderna.
Sono cresciuta con il poster di Jordan incorniciato affianco al letto, con le sue citazioni incollate sull’armadio, le sue biografie nella mia libreria. Per me era lui il migliore di sempre, e nessuno avrebbe mai preso il suo posto, e per questo ho sempre provato un certo fastidio quando Bryant veniva celebrato come suo successore.
Ma la verità è che ho sempre provato un profondo rispetto per Kobe, pur non adorandolo.
Ho ammirato il suo spirito di sacrificio, la sua abnegazione, la sua volontà ferrea di entrare nell’olimpo dei più grandi.
Ho ammirato la sua solitudine, quella che caratterizza i più grandi, quella di chi non viene nemmeno totalmente capito. Perché dietro ad ogni suo movimento perfetto c’erano ore ed ore di lavoro in solitudine, per ricercare la perfezione, per essere un passo avanti a chiunque. Aveva capito che la linea che separa i vincenti da coloro destinati all’oblio nel mondo dello sport è molto sottile, impercettibile, e ha fatto
qualunque cosa per finire dalla parte giusta del campo.
L’ho ammirato inconsapevolmente, nascondendomi sotto veli di scuse. E solo quando è stato travolto da questa tragedia me ne sono resa conto.
Intanto l’arbitro ha fischiato l’infrazione, e la partita sta incominciando davvero.
Forse da lassù lui ci sta guardando, sta osservando tutto ciò che gli stiamo tributando. E forse nonostante tutto sta sorridendo, consapevole che la sua lezione rimarrà con noi, consapevole di aver vinto nei cuori delle persone.
Caro Kobe, non eravamo pronti. Non lo saremo mai.

Giulia Pagani

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